• Oggi in Europa ogni volta che un cittadino chiede sicurezza, rispetto delle leggi, ordine nelle strade, viene immediatamente etichettato come “razzista”. È la parola magica che zittisce ogni dibattito, che paralizza la politica, che trasforma il buon senso in colpa. Ma non c’è nulla di razzista nel pretendere che chi arriva in un Paese si comporti secondo le regole di quella comunità. La differenza è chiara: il razzismo giudica le persone per ciò che sono, la difesa giudica per ciò che fanno.

    Quando l’immigrazione diventa disordine

    Nessuno nega che esistano stranieri che lavorano, che rispettano la legge, che si integrano e diventano parte attiva della società. Ma esistono anche – ed è sotto gli occhi di tutti – gruppi che rifiutano ogni forma di integrazione, vivono ai margini, occupano spazi pubblici come se fossero territori conquistati, aumentano l’insicurezza, alimentano criminalità e degrado.
    Difendersi da questo non è razzismo, è sopravvivenza civile. Una comunità che non si difende da chi la aggredisce è destinata a disgregarsi.

    La vera integrazione

    L’integrazione non è una parola vuota. Non significa solo avere un lavoro. Significa imparare la lingua, rispettare le leggi, riconoscere i valori fondamentali di una società: libertà, parità uomo-donna, ordine pubblico, rispetto reciproco. Chi accetta questo patto diventa parte della comunità e va considerato a tutti gli effetti un cittadino.
    Il vero problema nasce con chi rifiuta il patto, con chi vuole vivere secondo regole parallele, con chi pretende di importare usi e leggi incompatibili con quelle europee.

    Difesa non è odio

    Chiedere ordine non significa odiare. Pretendere sicurezza non significa discriminare. Una comunità che difende i suoi confini, le sue regole e i suoi valori non è razzista: è viva. Il razzismo è cieco, colpisce le persone per il colore della pelle o la loro origine. La difesa è lucida: respinge i comportamenti che minacciano l’equilibrio sociale.
    Dire “no” a chi porta disordine non è odio, è responsabilità verso chi vuole vivere in pace.

    La colpa dell’Europa silenziosa

    Il problema vero è che in Europa questa distinzione è stata cancellata. I media e le élite progressiste hanno fatto in modo che chi difende la propria città venga accusato di razzismo, mentre chi la devasta venga giustificato in nome dell’“inclusione”. È il ribaltamento della logica: il cittadino onesto diventa colpevole, il delinquente diventa vittima.

    Il futuro dell’Europa dipende da questa chiarezza: chi rispetta le regole è benvenuto, chi le calpesta deve andarsene. È la linea che separa civiltà da barbarie.
    Non è razzismo, è difesa. E senza difesa, non esiste libertà.

    Racism or Defense? The Real Line of Division

    Today in Europe, every time a citizen demands security, respect for the law, and order in the streets, he is immediately branded as “racist.” It is the magic word that silences debate, paralyzes politics, and turns common sense into guilt. But there is nothing racist about demanding that those who come to a country behave according to the rules of that community. The difference is clear: racism judges people for what they are, defense judges them for what they do.

    When Immigration Turns Into Disorder

    No one denies that there are foreigners who work, respect the law, integrate, and become an active part of society. But there are also – and it is plain for all to see – groups that refuse any form of integration, live on the margins, occupy public spaces as if they were conquered territories, increase insecurity, and feed crime and decay.
    Defending oneself against this is not racism, it is civic survival. A community that does not defend itself from those who attack it is doomed to collapse.

    True Integration

    Integration is not an empty word. It does not just mean having a job. It means learning the language, respecting the laws, recognizing the fundamental values of a society: freedom, equality between men and women, public order, and mutual respect. Whoever accepts this pact becomes part of the community and must be considered, in all respects, a citizen.
    The real problem arises with those who refuse the pact, those who want to live by parallel rules, those who demand to import customs and laws incompatible with European ones.

    Defense Is Not Hatred

    Asking for order does not mean hatred. Demanding security does not mean discrimination. A community that defends its borders, its rules, and its values is not racist: it is alive. Racism is blind; it strikes people for the color of their skin or their origin. Defense is clear-eyed: it rejects behaviors that threaten social balance.
    Saying “no” to those who bring disorder is not hatred, it is responsibility toward those who want to live in peace.

    The Guilt of Silent Europe

    The real problem is that in Europe this distinction has been erased. The media and progressive elites have ensured that those who defend their own cities are accused of racism, while those who devastate them are justified in the name of “inclusion.” It is the reversal of logic: the honest citizen becomes guilty, the criminal becomes the victim.

    The future of Europe depends on this clarity: those who respect the rules are welcome, those who trample them must leave. It is the line that separates civilization from barbarism.
    It is not racism, it is defense. And without defense, there is no freedom.

  • L’Europa non cade sotto i colpi di eserciti stranieri. Non c’è un’invasione di carri armati, né bombardamenti sulle nostre città. La guerra che stiamo vivendo è più subdola: ideologica, culturale, psicologica. I nemici non si presentano con uniformi, ma con parole: socialismo, femminismo e Islam. Tre forze che, pur sembrando inconciliabili, convergono verso lo stesso esito: la dissoluzione della civiltà europea.

    Il socialismo: la resa dell’individuo

    Nato come promessa di giustizia sociale, il socialismo si è trasformato nella più potente macchina di demolizione della responsabilità. Ha sostituito il merito con l’eguaglianza forzata, l’iniziativa con l’assistenzialismo, l’orgoglio di costruire con il diritto a pretendere.
    Il risultato? Cittadini fragili, dipendenti dallo Stato, incapaci di difendersi come comunità coesa. E in questo vuoto di forza e identità, l’Islam radicale ha trovato terreno fertile. Non è un caso che l’ideologia socialista abbia spalancato le porte a esperimenti politici che hanno favorito l’ascesa islamista anche fuori dall’Europa: in Iran, ad esempio, le forze socialiste e progressiste furono alleate decisive nel rovesciare la monarchia filo-occidentale dello Scià. Il risultato? Una nazione che, negli anni ’60 e ’70, respirava modernità e valori occidentali, trasformata in un regime teocratico dove le donne sono costrette al velo e la libertà è strangolata ogni giorno.

    Il femminismo: la guerra contro la famiglia

    Il femminismo europeo non è mai stato davvero la voce delle donne oppresse. Si scaglia contro la maternità, contro la famiglia, contro la virilità occidentale, ma tace davanti al patriarcato islamico. Dove la donna è davvero sottomessa – costretta a coprirsi, privata dei diritti fondamentali, trattata come proprietà – il femminismo non alza la voce. Anzi, preferisce accusare la civiltà occidentale, che invece ha liberato la donna e riconosciuto la sua dignità, piuttosto che denunciare chi la imprigiona in catene reali.
    Questo silenzio non è casuale: il femminismo non combatte il potere, combatte l’Europa. Non mira a liberare la donna, mira a dissolvere l’uomo europeo, la famiglia europea, i valori che hanno fondato la nostra civiltà.

    L’Islam: identità contro vuoto

    L’Islam non ha bisogno di conquistare con la spada. Gli basta aspettare. Di fronte a un continente che odia se stesso, che non fa più figli, che lascia morire la fede e la famiglia, l’Islam si propone come comunità forte, come identità solida, come modello di disciplina. Le moschee si riempiono mentre le chiese si svuotano. La loro natalità cresce, la nostra crolla. Non è invasione: è sostituzione.

    Il tradimento interno

    La tragedia europea non viene solo dall’esterno. Viene dal tradimento interno. Dal socialista che predica l’accoglienza senza limiti, distruggendo la sovranità. Dalla femminista che inneggia all’abbattimento della famiglia europea, ignorando il burqa, le spose bambine e la poligamia. Dalle élite progressiste che, in nome di un “diritto universale”, sacrificano i popoli che dovrebbero proteggere.
    Il meccanismo è semplice: socialismo e femminismo scavano la fossa, l’Islam si limita a occuparla.

    O l’Europa reagisce, o l’Europa muore

    La verità è che l’Europa è già in ginocchio. Le sue culle sono vuote, le sue chiese silenziose, le sue città occupate da lingue e costumi che non le appartengono più. Siamo diventati stranieri in casa nostra, spettatori della nostra estinzione. Se nulla cambierà, l’Europa non finirà con un’esplosione, ma con un lento soffocamento: musei splendidi e strade piene di turisti, ma senza popoli, senza futuro, senza eredi.

    Eppure, un varco esiste ancora. Un’ultima possibilità di riscatto: che gli europei si uniscano, che comprendano finalmente di essere sotto attacco, che riconoscano l’invasione in corso. Non un’invasione di eserciti regolari, ma una guerra di popoli, di demografia, di identità. Una guerra che va combattuta con decisione: con le armi, se necessario, e con leggi marziali che difendano il nostro diritto a esistere.

    L’Islam ha sempre cercato di conquistare l’Europa. Dalle mura di Vienna a Lepanto, ogni volta ha trovato uomini che hanno alzato la spada e hanno respinto l’avanzata. Allora il nemico veniva in armi, e per questo lo abbiamo sconfitto. Oggi il nemico avanza a mani nude, ma con la forza della demografia e dell’identità, mentre l’europeo dorme, convinto che non ci sia nessuna guerra.

    Se l’Europa non si sveglia, la battaglia è persa. Ma se l’uomo europeo ritrova il coraggio dei suoi padri, se riconosce di essere in guerra e decide di combatterla, allora – e solo allora – c’è ancora speranza.

    Socialism, Feminism and Islam: The Alliance Against Europe

    Europe does not fall under the blows of foreign armies. There are no tanks invading, no bombs raining down on our cities. The war we are living through is far more insidious: ideological, cultural, psychological. The enemies do not appear in uniforms, but in words: socialism, feminism, and Islam. Three forces which, though they may seem irreconcilable, converge toward the same outcome: the dissolution of European civilization.

    Socialism: the surrender of the individual

    Born as a promise of social justice, socialism has turned into the most powerful machine for demolishing responsibility. It has replaced merit with forced equality, initiative with welfare dependency, the pride of building with the entitlement to demand.
    The result? Fragile citizens, dependent on the State, incapable of defending themselves as a cohesive community. And in this vacuum of strength and identity, radical Islam has found fertile ground. It is no coincidence that socialist ideology has opened the doors to political experiments that paved the way for Islamist ascendancy outside of Europe as well: in Iran, for example, socialist and progressive forces were decisive allies in overthrowing the pro-Western Shah’s monarchy. The result? A nation that, in the 1960s and 70s, breathed modernity and Western values, transformed into a theocratic regime where women are forced under the veil and freedom is strangled every single day.

    Feminism: the war against the family

    European feminism has never truly been the voice of oppressed women. It lashes out against motherhood, against the family, against Western manhood – but it remains silent before Islamic patriarchy. Where women are truly subjugated – forced to cover themselves, stripped of fundamental rights, treated as property – feminism raises no voice. On the contrary, it prefers to accuse Western civilization, the very one that liberated women and recognized their dignity, rather than denounce those who imprison them in real chains.
    This silence is not accidental: feminism does not fight power, it fights Europe. It does not aim to liberate women; it aims to dissolve the European man, the European family, the very values that founded our civilization.

    Islam: Identity Against the Void

    Islam does not need to conquer with the sword. It only needs to wait. Faced with a continent that hates itself, that no longer has children, that lets faith and family die, Islam presents itself as a strong community, a solid identity, a model of discipline. Mosques are filling while churches are emptying. Their birth rates rise, ours collapse. This is not invasion: it is replacement.

    The Internal Betrayal

    Europe’s tragedy does not come only from outside. It comes from within. From the socialist who preaches limitless “welcome,” destroying sovereignty. From the feminist who glorifies the destruction of the European family, while ignoring the burqa, child brides, and polygamy. From the progressive elites who, in the name of a “universal right,” sacrifice the very peoples they are meant to protect.
    The mechanism is simple: socialism and feminism dig the grave, Islam merely steps in to occupy it.

    Either Europe Reacts, or Europe Dies

    The truth is that Europe is already on its knees. Its cradles are empty, its churches silent, its cities occupied by languages and customs that no longer belong to it. We have become strangers in our own home, spectators to our extinction. If nothing changes, Europe will not end with an explosion, but with a slow suffocation: splendid museums and streets full of tourists, but no peoples, no future, no heirs.

    And yet, one narrow path remains. One last chance of redemption: that Europeans unite, that they finally understand they are under attack, that they recognize the invasion already underway. Not an invasion of regular armies, but a war of peoples, of demography, of identity. A war that must be fought with resolve: with arms, if necessary, and with martial law to defend our right to exist.

    Islam has always sought to conquer Europe. From the walls of Vienna to Lepanto, each time it found men who raised the sword and drove back the advance. Then the enemy came armed, and so we defeated him. Today the enemy advances unarmed, but with the strength of demography and identity, while the European sleeps, convinced there is no war.

    If Europe does not wake up, the battle is lost. But if the European man rediscovers the courage of his fathers, if he recognizes that he is at war and chooses to fight it, then – and only then – there is still hope.

  • Il motivo è semplice: l’Europa sta vivendo da oltre quarant’anni un cambiamento radicale. Tutto è iniziato con una immigrazione clandestina di poche unità e siamo arrivati oggi a una trasformazione completa del volto delle nostre città. In nome di un multiculturalismo ideologico, che pretende di far convivere culture e fedi inconciliabili, il nostro continente ha smarrito la sua vera essenza.

    Dal secondo dopoguerra, l’Europa era considerata il luogo più sicuro al mondo. Oggi, invece, persino paesi come il Messico definiscono alcune nazioni europee “a rischio” per i turisti. Una parabola rovesciata che dovrebbe farci riflettere: cosa ne sarà dell’Europa che abbiamo costruito noi europei?

    Da un lato l’immigrazione clandestina di massa — ben diversa da quella legale che arricchisce un Paese — ha reso le strade di molte città insicure per uomini e donne. Le immagini di Parigi o Londra, dove ragazzi e donne vengono aggrediti da persone che nulla hanno in comune con la nostra cultura, sono sotto gli occhi di tutti. Dall’altro, l’avanzata dell’islam, con tassi di natalità spropositati rispetto a quelli delle donne europee, ci proietta verso un futuro che rischia di somigliare all’Iran, all’Afghanistan o ad altre nazioni un tempo relativamente civili, poi inghiottite dal fondamentalismo.

    È questo che vogliamo per il continente che ha inventato la libertà, la scienza e la dignità della vita umana? La risposta non può che essere negativa. La carità ha senso solo se c’è convivenza pacifica: non si può essere caritatevoli con chi vuole distruggere ciò che abbiamo costruito, trasformandoci in un continente più simile al Terzo Mondo che a una civiltà avanzata.

    La colpa, però, non è solo di chi entra illegalmente. La colpa più grande è di quelle élite politiche e intellettuali che, incuranti delle conseguenze, continuano a predicare “integrazione”, “accoglienza” e “tolleranza religiosa” verso coloro che picchiano, sottomettono le donne e disprezzano i nostri valori. La tolleranza non può essere infinita né concessa a chiunque: deve essere riservata solo a chi sceglie di integrarsi davvero, venendo qui legalmente e rispettando le nostre leggi e le nostre usanze.

    Questa è la sfida dell’Ultima Europa: decidere se sopravvivere come civiltà o scomparire sotto il peso di un’ideologia che ci vuole deboli, divisi e senza identità.

    Why “Last Europe”?

    The reason is simple: Europe has been experiencing a radical change for over forty years. It all began with small waves of illegal immigration, and today we face a complete transformation of our cities. In the name of an ideological multiculturalism, which insists on making incompatible cultures and religions coexist, our continent has lost its true essence.

    After World War II, Europe was considered the safest place in the world. Today, even countries like Mexico describe some European nations as “unsafe” for tourists. This reversed parabola should make us think: what will become of the Europe that we, Europeans, have built?

    On one hand, mass illegal immigration — very different from the legal one, which enriches a nation — has made the streets of many cities unsafe for both men and women. The images from Paris or London, where women and young people are assaulted by those who have nothing in common with our culture, are plain to see. On the other hand, the advance of Islam, with birth rates dramatically higher than those of European women, projects us toward a future that risks resembling Iran, Afghanistan, or other nations that were once relatively civil, only to be swallowed by fundamentalism.

    Is this what we want for the continent that invented freedom, science, and the dignity of human life? The answer can only be no. Charity makes sense only if there is peaceful coexistence: one cannot be charitable toward those who want to destroy what we have built, turning us into a continent closer to the Third World than to an advanced civilization.

    The greatest blame, however, does not lie only with those who enter illegally. It lies above all with the political and intellectual elites who, indifferent to the consequences, keep preaching “integration,” “hospitality,” and “religious tolerance” toward those who beat, oppress women, and despise our values. Tolerance cannot be infinite, nor granted to everyone: it must be reserved only for those who truly choose to integrate, coming here legally and respecting our laws and customs.

    This is the challenge of the Last Europe: deciding whether to survive as a civilization or disappear under the weight of an ideology that wants us weak, divided, and without identity.

  • Chi avrebbe dovuto difendere l’Europa la sta distruggendo.
    Le élite che un tempo avrebbero dovuto guidare i popoli oggi li tradiscono, nascondendosi dietro sorrisi televisivi e discorsi politicamente corretti. Mentre le strade diventano insicure, mentre le famiglie faticano a generare futuro, mentre interi quartieri perdono la loro identità e diventano delle vere e proprie NO-GO Zone, i nuovi signori del potere banchettano nei palazzi e nei salotti parlando di ambientalismo, multiculturalismo e fascismo. Parlano di diritti universali, ma disprezzano i diritti degli europei; celebrano la diversità, ma ridicolizzano le nostre radici facendole apparire sbagliate; predicano uguaglianza, ma vivono blindati nei loro quartieri privilegiati dove non subiscono ciò che le loro politiche stanno creando; lontani dalle conseguenze delle scelte che impongono.

    Questo tradimento non è silenzioso: è palese, quotidiano, eppure coperto dal conformismo mediatico. È il tradimento più grave perché viene da chi aveva il compito di proteggere, da chi avrebbe dovuto dare visione e sicurezza.

    In ogni civiltà, le élite hanno avuto un compito preciso: guidare, custodire, ispirare. Non erano semplicemente una classe privilegiata, ma un gruppo ristretto che si assumeva la responsabilità di indicare una direzione. Dalla polis greca ai senatori di Roma, dai principi cristiani ai grandi statisti moderni, le élite incarnavano un dovere: mettere il proprio sapere e il proprio potere al servizio della propria comunità.

    Il filosofo greco Platone parlava di “custodi” nella sua Repubblica: non padroni, ma servitori del bene comune. Anche nel Medioevo, il potere era inteso come servizio, con la figura del re cristiano che rispondeva a Dio prima ancora che agli uomini. Più vicino a noi, uomini come De Gaulle, Adenauer o De Gasperi hanno dimostrato che guidare significa sacrificare sé stessi per un disegno più grande della propria persona.

    Le élite, per definizione, non possono vivere solo per sé stesse. Sono chiamate a essere esempio, a proteggere il popolo nei momenti di crisi, a investire nel futuro. Quando tradiscono questo compito, non perdono soltanto la propria legittimità: aprono la strada al disfacimento della società.

    Le élite contemporanee non vivono più tra il popolo, ma al di sopra di esso. Hanno costruito attorno a sé una realtà artificiale fatta di privilegi, comfort e protezioni, una bolla che le isola dalle conseguenze delle loro stesse decisioni. Parlano di immigrazione come se fosse una ricchezza assoluta, ma non abitano nei quartieri dove la convivenza si trasforma in tensione quotidiana. Parlano di sicurezza come se fosse un problema marginale, ma vivono scortate, in case protette e in città blindate.

    Questo distacco è aggravato dal ruolo complice dei media e delle università. I primi, trasformati in megafoni del potere, anestetizzano le masse con slogan e narrazioni accomodanti. Le seconde, ormai ridotte a fabbriche di ideologia, non formano più spiriti liberi ma ripetitori di dogmi politicamente corretti. Insieme hanno costruito un racconto parallelo, dove il popolo è dipinto come retrogrado e ignorante, e dove chi si oppone viene bollato come nemico della civiltà.

    Il risultato è un’Europa guidata da uomini e donne che non conoscono più le strade che pretendono di governare, e che non provano alcun legame reale con chi, quelle strade, le percorre ogni giorno.

    Il tradimento delle élite non è nascosto: è evidente nei gesti, nelle parole e nelle leggi che ogni giorno calano dall’alto. Si manifesta nel senso di colpa imposto ai popoli europei, costretti a guardare alla propria storia come a una sequenza di crimini e non come a una civiltà che ha dato al mondo filosofia, diritto, arte, scienza e libertà.

    Il simboli del cristianesimo stanno andando a morire pian piano con le nostre chiese date alle fiamme mentre ministri musulmani giurano sul corano. Si manifesta nell’imposizione del multiculturalismo come dogma indiscutibile, dove ogni identità ha diritto di esistere tranne quella europea.

    Le élite parlano di progresso ma smantellano la famiglia, parlano di diritti ma negano il più elementare: quello di un popolo a continuare ad esistere. Le loro politiche aprono le porte al globalismo, cancellano le differenze, dissolvono la sovranità culturale e politica delle nazioni. Tutto questo non è casuale, ma frutto di una scelta: sostituire ciò che siamo con qualcosa che non ci appartiene ed è lontano da noi.

    Il tradimento si vede infine nel disprezzo con cui trattano il concetto stesso di popolo. Non più comunità viva da proteggere, ma massa informe da governare, da ridurre a consumatori e numeri nelle statistiche. È in questo sguardo freddo e distante che il tradimento si compie fino in fondo, sì, perché le statistiche vengono lette in una sola direzione. Se inquini e crei degrado nella città rinomatamente più romantica d’Europa non ti viene detto niente, ma se accendi la tua utilitaria Euro4 a benzina per andare al lavoro per mantenere la tua famiglia ti viene fatto un processo morale, oltre che ostruzionismo. No, non è questa l’Europa che noi sogniamo.

    Le scelte delle élite non restano nei palazzi: ricadono sulle strade, sulle famiglie, sulla vita quotidiana di milioni di europei. La prima conseguenza è il declino demografico, ignorato o mascherato da una retorica che parla di “nuove risorse” importate dall’estero. In realtà, senza figli propri, un popolo scompare, e nessun flusso migratorio può sostituire la continuità culturale di generazioni che si riconoscono in una stessa civiltà.

    La seconda è l’immigrazione incontrollata, che ha prodotto quartieri separati, enclave estranee al tessuto europeo, ghetti in cui lo Stato non entra più. L’integrazione, tanto celebrata a parole, si rivela impossibile quando l’identità ospitante è debole e insicura.

    A queste si aggiunge la perdita di sovranità culturale e politica. Le decisioni fondamentali non si prendono più a Roma, Parigi o Berlino, ma in centri anonimi di potere economico e burocratico, lontani dai cittadini, centri mai direttamente eletti democraticamente, ma nominati. Così interi popoli si ritrovano a subire leggi e trasformazioni che non hanno mai scelto, né voluto.

    Infine, cresce il senso di abbandono: i cittadini percepiscono che lo Stato non li difende più, che la giustizia è lenta e inefficace, che la sicurezza è un privilegio solo per chi può permettersela. L’Europa diventa un continente fragile, frammentato, esposto a pressioni interne ed esterne. Un continente che rischia di non riconoscersi più.

    Perché parlano di “valori universali” ma disprezzano i nostri

    Le élite europee amano proclamare di difendere i cosiddetti “valori universali”: tolleranza, diritti, umanità senza confini. Ma dietro queste parole si nasconde un paradosso evidente. Difendono tutto, tranne i valori che hanno reso grande la nostra civiltà. Promuovono la libertà, ma disprezzano le radici cristiane da cui quella libertà è nata. Parlano di diritti, ma negano la legittimità di un popolo a custodire la propria identità. Esaltano la diversità, ma solo se si tratta della diversità altrui: la nostra, quella europea, viene ridicolizzata, delegittimata, presentata come un ostacolo da superare.

    Questa contraddizione non è casuale: è la conseguenza di un’ideologia che ha trasformato l’autocritica in auto-distruzione. Le élite hanno fatto propria la convinzione che l’Europa non meriti di essere difesa, che il suo passato sia solo colpa, che il suo futuro debba essere quello di un continente svuotato e aperto a tutto. In questo modo, ciò che era nato qui – i diritti, la dignità della persona, la democrazia – viene usato come arma contro la stessa Europa.

    È il meccanismo più sottile del tradimento: impugnare i frutti della nostra civiltà per tagliare le radici da cui sono nati. Ma il peggio non si ferma, perché con questi diritti lasciamo che persone, che odiano i nostri valori, la nostra vita, la nostra cultura, vengano sempre difesi qualsiasi cosa facciano, anche se sono stesso queste persone a non essere tolleranti, non riconoscere i diritti e a praticare una disumanità senza confini, piuttosto che un’umanità. E’ un suicidio programmato mettendosi in casa chi vuole annientarci e ci costringono anche ad accoglierlo con il sorriso mentre ci dice che siamo da cancellare.

    Non possiamo aspettarci salvezza da chi ci ha tradito. Le élite hanno scelto la via del disprezzo verso il popolo, del servilismo verso il globalismo, della rinuncia verso la nostra identità. Ma la storia non appartiene solo a chi governa i palazzi: appartiene a chi ha il coraggio di resistere.

    Difendere l’Europa non è un compito delegabile. È una responsabilità che ricade su ciascuno di noi. Non servono grandi gesti eroici, ma una scelta quotidiana di fedeltà alle nostre radici, alle nostre famiglie, alla nostra civiltà.

    Questa Unione Europea com’è oggi è solo un suicidio per l’Europa. E così com’è nata può morire affinché dalle sue ceneri nasca un’Europa diversa fondata su un concetto chiave, la cultura europea è quella che unisce l’Europa e i suoi popoli e quindi va difesa in ogni modo, con ogni mezzo. Chiunque non vuole vivere secondo i principi occidentali e in particolare i principi europei può tornare nel proprio paese senza che nessuno lo trattenga, ma se viene qui e non si adatta non si può essere generosi se crea disordine e vuole cambiare le cose secondo la SUA cultura.

    Questo blog nasce per ricordarlo e per non lasciare che il silenzio copra la verità. Se anche tu senti che qualcosa deve cambiare, non restare spettatore: leggi, diffondi, discuti. Perché il futuro dell’Europa non si decide nei salotti delle élite, ma nel cuore di chi non accetta la resa.

    The Betrayal of Those Who Were Supposed to Protect Us

    Those who should have defended Europe are now destroying it.
    The elites who once had the duty to guide the people today betray them, hiding behind television smiles and politically correct speeches. While the streets become unsafe, while families struggle to bring forth a future, while entire neighborhoods lose their identity and turn into real NO-GO Zones, the new lords of power feast in palaces and salons, speaking of environmentalism, multiculturalism, and fascism. They talk about universal rights, but despise the rights of Europeans; they celebrate diversity, but ridicule our roots, portraying them as wrong; they preach equality, but live barricaded in their privileged districts, untouched by the consequences of the very policies they impose.

    This betrayal is not silent: it is blatant, daily, yet concealed by media conformism. It is the gravest betrayal because it comes from those who had the duty to protect, from those who should have offered vision and security.

    In every civilization, the elites have had a precise role: to guide, to safeguard, to inspire. They were not merely a privileged class, but a small group that assumed the responsibility of giving direction. From the Greek polis to the senators of Rome, from Christian princes to the great modern statesmen, the elites embodied a duty: to place their knowledge and their power at the service of their community.

    The Greek philosopher Plato spoke of “guardians” in his Republic: not masters, but servants of the common good. Even in the Middle Ages, power was understood as service, with the figure of the Christian king who answered first to God and only then to men. Closer to our time, men like De Gaulle, Adenauer, or De Gasperi showed that to lead means to sacrifice oneself for a vision greater than one’s own person.

    Elites, by definition, cannot live only for themselves. They are called to be examples, to protect the people in times of crisis, to invest in the future. When they betray this task, they do not merely lose their legitimacy: they open the road to the disintegration of society.

    The contemporary elites no longer live among the people, but above them. They have built around themselves an artificial reality made of privileges, comfort, and protections—a bubble that isolates them from the consequences of their own decisions. They speak of immigration as if it were an absolute wealth, but they do not live in the neighborhoods where coexistence turns into daily tension. They speak of security as if it were a marginal issue, yet they live under escort, in protected houses, in fortified cities.

    This detachment is aggravated by the complicit role of the media and universities. The former, transformed into megaphones of power, anesthetize the masses with slogans and convenient narratives. The latter, reduced to factories of ideology, no longer form free spirits but repeaters of politically correct dogmas. Together they have built a parallel narrative, where the people are depicted as backward and ignorant, and where those who dissent are branded as enemies of civilization.

    The result is an Europe governed by men and women who no longer know the streets they claim to rule, and who feel no real bond with those who walk them every day.

    The betrayal of the elites is not hidden: it is evident in the gestures, words, and laws that descend from above every day. It manifests itself in the guilt imposed on European peoples, forced to see their own history only as a sequence of crimes, and not as the civilization that gave the world philosophy, law, art, science, and liberty.

    The symbols of Christianity are slowly dying, with our churches set aflame while Muslim ministers swear on the Qur’an. It manifests itself in the imposition of multiculturalism as an unquestionable dogma, where every identity is allowed to exist—except the European one.

    The elites speak of progress while dismantling the family; they speak of rights while denying the most basic one: the right of a people to continue existing. Their policies open the doors to globalism, erase differences, dissolve the cultural and political sovereignty of nations. None of this is accidental: it is the deliberate choice to replace what we are with something alien, something far removed from us.

    The betrayal is finally visible in the contempt with which they treat the very concept of “the people.” No longer a living community to be protected, but an amorphous mass to be governed, reduced to consumers and numbers in statistics. It is in this cold, distant gaze that betrayal is fully consummated. Yes, because statistics are read in only one direction. If you pollute and create degradation in the most famously romantic city in Europe, nothing is said; but if you drive your Euro4 petrol car to work to support your family, you are put through a moral trial, along with bureaucratic obstruction. No, this is not the Europe we dream of.

    The choices of the elites do not remain in the palaces: they fall upon the streets, the families, the daily lives of millions of Europeans. The first consequence is demographic decline, ignored or disguised by rhetoric that speaks of “new resources” imported from abroad. In reality, without children of their own, a people disappears, and no migratory flow can replace the cultural continuity of generations who recognize themselves in the same civilization.

    The second consequence is uncontrolled immigration, which has created segregated neighborhoods, enclaves alien to the European fabric, ghettos where the State no longer enters. Integration, so often celebrated in words, proves impossible when the host identity is weak and insecure.

    To this is added the loss of cultural and political sovereignty. Fundamental decisions are no longer made in Rome, Paris, or Berlin, but in anonymous centers of economic and bureaucratic power, far from the citizens—centers never directly elected democratically, but appointed. Thus entire peoples find themselves subjected to laws and transformations they have never chosen nor desired.

    Finally, there is a growing sense of abandonment: citizens perceive that the State no longer defends them, that justice is slow and ineffective, that security is a privilege only for those who can afford it. Europe is becoming a fragile, fragmented continent, exposed to both internal and external pressures—a continent that risks no longer recognizing itself.

    Why They Speak of “Universal Values” but Despise Our Own

    The European elites love to proclaim that they defend so-called “universal values”: tolerance, rights, humanity without borders. But behind these words lies an obvious paradox. They defend everything—except the values that made our civilization great. They promote freedom, yet despise the Christian roots from which that very freedom was born. They speak of rights, yet deny a people’s legitimacy to safeguard its identity. They exalt diversity, but only when it belongs to others: our own, the European one, is ridiculed, delegitimized, and presented as an obstacle to be overcome.

    This contradiction is not accidental: it is the consequence of an ideology that has transformed self-criticism into self-destruction. The elites have embraced the conviction that Europe does not deserve to be defended, that its past is nothing but guilt, that its future must be that of a hollowed-out continent open to everything. In this way, what was born here—rights, human dignity, democracy—is now wielded as a weapon against Europe itself.

    It is the subtlest mechanism of betrayal: to seize the fruits of our civilization in order to cut away the roots from which they grew. But it does not stop there. In the name of these rights, people who openly despise our values, our way of life, our culture, are always defended, no matter what they do—even though they themselves are intolerant, deny rights, and practice a boundless inhumanity rather than humanity. It is a programmed suicide: bringing into our homes those who seek to annihilate us, and being forced to welcome them with a smile while they proclaim that we must be erased.

    We cannot expect salvation from those who have betrayed us. The elites have chosen the path of contempt toward their own people, servility toward globalism, and renunciation of our identity. But history does not belong only to those who govern the palaces: it belongs to those who have the courage to resist.

    Defending Europe is not a duty that can be delegated. It is a responsibility that falls on each of us. It does not require grand heroic gestures, but a daily choice of fidelity to our roots, our families, our civilization.

    This European Union as it stands today is nothing but Europe’s suicide. And just as it was born, it can also die—so that from its ashes a different Europe may rise, founded on a key principle: it is European culture that unites Europe and its peoples, and therefore it must be defended in every way, by every means. Anyone unwilling to live according to Western principles, and above all European principles, is free to return to their own country. But if they come here and refuse to adapt, we cannot afford generosity when they create disorder and seek to reshape our society according to their culture.

    This blog exists to remind us of that truth and to ensure silence does not smother it. If you too feel that something must change, do not remain a spectator: read, share, discuss. Because the future of Europe will not be decided in the salons of the elites, but in the hearts of those who refuse to surrender.

  • Un baluardo per l’Europa e per i suoi valori

    Un continente che ha inventato il futuro oggi sembra vergognarsi di sé stesso.
    L’Europa che ha generato Atene e Roma, che ha dato al mondo il cristianesimo, la scienza moderna, l’arte rinascimentale e le costituzioni liberali, è oggi piegata sotto il peso della colpa e del silenzio. Ci raccontano che i nostri valori sono superati, che le nostre radici cristiane sono un ostacolo, che la nostra identità è un fardello da cancellare. Eppure, mai come adesso, l’Europa avrebbe bisogno di ritrovare orgoglio e dignità.

    Viviamo in un’epoca in cui il relativismo divora ogni certezza, e il globalismo ci spinge a dissolvere tutto ciò che siamo. I nostri padri hanno costruito cattedrali, università, istituzioni; noi, invece, rischiamo di consegnare alle prossime generazioni solo macerie culturali e un senso di vuoto. Questo blog nasce per dire “no”: no all’oblio, no alla rinuncia, no alla resa.

    L’Europa vive oggi una crisi profonda, più morale che materiale. Non è la scarsità di risorse a minacciarci, ma la perdita di senso. Abbiamo smarrito la consapevolezza delle nostre radici, e al loro posto coltiviamo il culto della colpa. Ci insegnano a guardare al colonialismo come unico lascito della nostra storia, a vedere nel cristianesimo non la fonte della dignità umana ma un peso di cui liberarci, a considerare la nostra identità non come una ricchezza, ma come un ostacolo da cancellare.

    Da fuori, altre civiltà avanzano compatte: l’islam politico che rivendica spazio e influenza, le potenze asiatiche che investono in demografia, tecnologia e potere geopolitico. Da dentro, invece, assistiamo al suicidio culturale delle élite che governano l’Europa: burocrati senza visione, intellettuali che disprezzano il popolo da cui provengono, media che celebrano la dissoluzione di ogni radice.

    Il risultato è un continente fragile, incapace di difendere i propri confini, incapace di difendere la propria civiltà, e addirittura incapace di difendere la propria esistenza demografica. Ogni anno nascono meno bambini, ogni anno cresce il senso di precarietà, ogni anno si rafforza l’idea che il futuro appartenga ad altri.

    Questo blog non nasce come sfogo personale, né come esercizio retorico. Nasce come atto di resistenza culturale. In un tempo in cui tutto sembra dissolversi – famiglia, comunità, identità, fede – occorre un luogo che non abbia paura di dire la verità, di custodirla e di rilanciarla con forza.

    Qui non troverai il linguaggio ovattato delle accademie, né la prudenza ipocrita dei salotti televisivi. Questo spazio vuole essere diverso: diretto, libero, schierato. Non per alimentare odio, ma per difendere ciò che ci appartiene e che rischiamo di perdere per sempre.

    Questo blog non nasce come sfogo personale, né come esercizio retorico. Nasce come atto di resistenza culturale. In un tempo in cui tutto sembra dissolversi – famiglia, comunità, identità, fede – occorre un luogo che non abbia paura di dire la verità, di custodirla e di rilanciarla con forza.

    Qui non troverai il linguaggio ovattato delle accademie, né la prudenza ipocrita dei salotti televisivi. Questo spazio vuole essere diverso: diretto, libero, schierato. Non per alimentare odio, ma per difendere ciò che ci appartiene e che rischiamo di perdere per sempre.

    L’Europa ha dato al mondo idee, istituzioni e bellezza che nessun’altra civiltà ha saputo creare. Questo blog è un piccolo baluardo per ricordarlo, contro l’oblio e contro la menzogna. Scrivere qui significa raccogliere un’eredità e trasmetterla, significa combattere con le armi della parola e della memoria, significa resistere.

    Difendere l’Europa non significa rinchiudersi nel passato, ma salvare ciò che la rende unica e insostituibile. La nostra civiltà non si fonda sul caso, ma su radici profonde che hanno generato libertà, bellezza e progresso.

    Difendiamo il cristianesimo, che ha introdotto nel mondo il concetto di persona, di dignità umana, di fratellanza universale. Senza il cristianesimo non avremmo avuto l’idea che ogni uomo ha un valore infinito davanti a Dio e davanti alla legge.

    Difendiamo la tradizione europea, fatta di filosofia, arte, scienza, istituzioni politiche. Dalla polis greca alle cattedrali medievali, dal Rinascimento alla scienza moderna, l’Europa ha dimostrato che la ragione e la fede possono convivere e generare civiltà.

    Difendiamo la famiglia, cellula fondamentale della società, senza la quale non c’è futuro. Difendiamo il merito, perché senza riconoscere l’eccellenza nessuna comunità può crescere.

    Difendiamo la comunità stessa, perché l’uomo non è un atomo isolato, ma vive in legami concreti che danno senso alla sua esistenza.

    Questo blog nasce per custodire e rilanciare questi valori, oggi sotto attacco da ideologie che vogliono ridurre tutto a mercato, consumo e individualismo senza radici. Qui invece si parlerà di radici, di eredità e di futuro.

    Questo spazio non sarà un archivio polveroso di nostalgie, ma un’officina viva di idee. Qui troverete articoli che raccontano la storia dell’Europa senza filtri ideologici, smontando i miti che la dipingono solo come oppressione e colonialismo.

    Troverete analisi del presente: demografia, politica, cultura, fede, identità. Non numeri freddi, ma interpretazioni che mostrano le conseguenze concrete delle scelte che stiamo compiendo o subendo.

    Troverete denunce: delle menzogne diffuse dalle élite, del conformismo mediatico, del silenzio imposto su ciò che non si deve dire.

    E troverete proposte: perché criticare senza indicare una via sarebbe sterile. Questo blog vuole essere anche un laboratorio di futuro, un luogo in cui difendere non significa solo conservare, ma rilanciare.

    Non promesse di neutralità impossibile, ma impegno a una chiarezza netta: qui si scrive per difendere l’Europa, il cristianesimo e la civiltà occidentale.

    Non scrivo per rassegnarmi, ma per combattere. Ogni riga di questo blog vuole essere un atto di resistenza contro l’oblio che ci minaccia e contro il disprezzo che ci circonda. Non ho la presunzione di cambiare il mondo da solo, ma so che il silenzio è già una resa, e io non intendo arrendermi.

    Se anche tu credi che l’Europa non sia soltanto un pezzo di terra, ma una civiltà da difendere, cammina con me. Leggi, commenta, diffondi. Fai in modo che questa voce non rimanga isolata.

    Il futuro non è scritto: dipende da noi. E noi abbiamo ancora il dovere e la forza di scriverlo con coraggio.